La scenografia come elemento

La scenografia, come dice Ruffini, è un segno continuo.

Rispetto a segni come la parola e i gesti, infatti, la scenografia, normalmente, rimane fissa nello spazio e nel tempo della rappresentazione. Normalmente, perché non sempre è così.

Nell’Amleto di Craig, ad esempio, la scenografia era mobile e doveva muoversi continuamente, seguendo lo svolgimento dell’azione; nell’Akropolis di Grotowski gli attori costruivano una struttura di tubi e rottami, un campo di sterminio nazista.


La scenografia è considerata il quadro dell’azione, la cornice.

Essa ha varie proprietà:

– Determina lo spazio scenico con cui tutti gli elementi devono rapportarsi.

 -Entra in rapporto dialettico con tutti gli altri elementi, manifestando l’intenzionalità stilistica di uno spettacolo. Induce cioè attese su come sarà lo spettacolo, attese che possono benissimo essere confermate come smentite.

– Fornisce informazioni sull’antefatto e sulla situazione.

Per ciò che è stato detto, una scenografia, almeno nel teatro di rappresentazione, non può essere considerata un semplice elemento architettonico, ma va considerata funzionalmente al testo dello spettacolo.

La scenografia cioè, possiede una disponibilità di senso, poiché gli altri elementi dello spettacolo la caricano di significati più complessi rispetto a ciò che rappresenta oggettivamente.

Maggiore sarà la ricchezza scenografica, minore sarà la possibilità di interpretarla al di là di ciò che propriamente rappresenta. Il massimo grado di disponibilità di senso lo troviamo nel grado zero della scenografia, difficilmente concepibile dato che anche il palcoscenico vuoto ha una sua ricchezza di immagini e di significato. Tutto ciò non vale per il teatro di non rappresentazione, dove la scenografia non rimanda ad altro.

Definiamo concreta quella scenografia, referenziale sia nella sua totalità sia nei suoi singoli oggetti, quest’ultimi, concreti perché trattati per quello che sono. È una scenografia che aspetta solo un completamento di significato. Una sedia che è considerata una sedia, sia dagli spettatori sia dall’attore, è un esempio di oggetto teatrale concreto.

Definiamo astratta quella scenografia che aspetta che le venga attribuito un senso; gli oggetti di una scenografia astratta sono concettuali, come ad esempio le figure geometriche.


Se poi volessimo compiere una classificazione della scenografia sulla base della sua struttura materiale, distinguiamo due tipi di scenografia:

PITTORICA: è la classica scenografia a due dimensioni, non accessoriata. Possiamo a sua volta suddividerla in tre gradi:

MASSIMA: ha un fondale chiuso e realistico, dipinto in termini non illusionistici. Ad esempio il fondo della scena del teatro Noh.

 – MEDIA: la scena a quinte, tipica del teatro italiano dal ‘600 all’800. le quinte pur delimitando tridimensionalmente lo spazio non venivano usate per quello che rappresentavano ma per quello che erano. Una porta dipinta, ad esempio, non si poteva aprire, ma ci si poteva nascondere dietro.

MINIMA: la scena illusionistica parapettata, nella quale cioè i diversi elementi sono connessi in modo da costituire un ambiente chiuso, parzialmente o totalmente.

COSTRUTTIVA: è la scenografia tridimensionale, usata nell’azione per ciò che rappresenta. Se la scenografia dipinta non è mai, per definizione, una scenografia accessoriata, la scenografia costruttiva può essere costituita solo da accessori. Ad esempio, trattandosi di un interno, verranno eliminati gli elementi murari e lasciati solo quelli mobili, gli oggetti d’arredamento. Brecht usava spesso questo tipo di scenografia. Ma ci sono anche scenografie costruttive di tipo metaforico: ad esempio il lenzuolo azzurro che simula un fiume, come accade nell’Opera di Pechino.


Distinguiamo ancora tra scenografia mobile e scenografia fissa.

Sorvolando sulla superflua definizione della prima, intendiamo la seconda come una scenografia mossa tramite macchinari o tramite gli attori stessi. Se sono gli attori a muoverla, ha funzione straniante, perché sottolinea la finzione dello spazio scenico.

Classifichiamo infine i mutamenti di scena, che possono essere di tre tipi:

scena successiva: ogni scena ha una sua scenografia, cambiata o a vista o a sipario calato.

Scena multipla: tutti gli ambienti sono presenti sin dall’inizio, contemporaneamente, sulla scena. Così ad esempio nelle sacre rappresentazioni medievali.

Scena fissa: la struttura non cambia ma l’azione dichiara che essa rappresenta man mano un luogo diverso. Tipici esempi sono il teatro elisabettiano e quello greco romano, anche se quest’ultimo, di solito, esclude a priori mutamenti di luogo.