Codice gestuale

A differenza della scenografia, dell’illuminazione e del costume, il gesto non ha una sua specifica dimensione teatrale.

Non si può cioè parlare di una condizione del gesto che abbia specificamente caratteristiche teatrali, benché il gesto sia stato sempre considerato l’elemento fondante del teatro. L’unica peculiarità che possiamo attribuire al gesto in una dimensione teatrale è il suo rifiutare i limiti che la cultura solitamente gli impone.

Cosa intendiamo per codice gestuale?

Intendiamo l’insieme dei movimenti interni all’attore che non abbiano carattere traslativo (e cioè che non comportino lo spostamento dell’attore da un posto ad un altro), e che non riguardino i movimenti del viso, che pur non essendo traslativi, vengono classificati a parte e definiti mimici.

Gli studi sulla gestualità sono abbastanza recenti, anche se nell’antichità esisteva già la chironomia, cioè lo studio del movimento di braccia e mani. Gli avanguardisti polemizzarono con questa “dittatura” chirologica e cercarono di coinvolgere tutti gli arti del corpo.

Noi non ci dedicheremo ad elencare tutti gli studi del campo, ma ci limiteremo a classificare il codice gestuale all’interno di due grandi gruppi, funzionalmente al nostro studio.

Gesto pragmatico e gestualità pratica: un gesto che tende a modificare una situazione ambientale o a rispondere operativamente ad uno stato di necessità. È quindi un gesto non intenzionato alla comunicazione ma tale da comunicare il significato della propria funzione. È sempre un gesto tecnico, frutto di un apprendimento, e quindi varia da cultura a cultura; uno spettacolo teatrale che intende rappresentare un particolare ambiente culturale deve tenere conto della peculiarità gestuale di quel paese.

Nel teatro non rappresentazione, il gesto pragmatico vale prima di tutto per i risultati che ottiene.

Lo spettatore qualificato sa come deve avvenire un gesto e basa il suo giudizio sui risultati. Prendiamo il caso dell’acrobata del circo.

Nel teatro rappresentazione, il gesto pragmatico vale solo per la sua capacità di rappresentare quell’humus culturale, e non contano i risultati pratici.

Gesto mitico e gestualità mitica: è un gesto intenzionato o percepito prettamente come intenzionalmente comunicativo. Si distingue in base al tipo di informazione.

Gesti che sottolineano o enfatizzano il discorso verbale (paralleli), che tracciano le linee dello schema di pensiero (ideografici), che scandiscono ritmicamente il discorso (a bacchetta). In effetti questi gesti possono anche non possedere una vera intenzione comunicativa, ma essere semplicemente di aiuto nella ricerca dell’espressione verbale adatta. In questo caso sono gesti espressivi. Quelli a bacchetta sono quelli più comuni.

Gesti oggettivi e autosemantici, che forniscono informazioni sul referente oggettuale senza l’ausilio delle parole. Li distinguiamo in:

deittici: indicano l’oggetto in questione.

iconografici: quando descrivono la forma dell’oggetto.

cinematografici: quando rappresenta lo sviluppo di un’azione.

Gesti simbolici: sono i gesti che rappresentano un oggetto reale o logico mediante convenzione. Molto spesso indicano stati d’animo. Essendo gesti convenzionali, sono differenti nelle varie culture. Si è spesso tentato, nel teatro, di proporre una serie di gesti simbolici che non avessero riferimenti a specifiche culture, ad esempio molti gesti del teatro Noh giapponese.

Possiamo distinguere i codici gestuali anche in base alla rivelazione dello stato d’animo del soggetto o del suo atteggiamento.


Distinguiamo allora tra:

Indizi (o gesti sintomatici): sono quei gesti che rivelano degli stati d’animo al di là dell’intenzione (il rossore ad esempio).

Segniindizi (o falso indice): sono quei gesti che rivelano degli stati d’animo che all’osservatore sembrano indiziari ma che in realtà sono consciamente prodotti.

Espressivi: riproducono il gesto indiziario senza esprimere lo stato d’animo. Ad esempio si allargano le braccia per dire “mi arrendo” ma ciò non implica che il soggetto abbia realmente gettato la spugna.

Abbiamo poi i gesti astratti, che tendono a dare prevalenza ai valori connotati rispetto a quelli referenziali, che tendono cioè a dare più rilievo alla forma che al significato (si è spesso parlato di vuoto semantico). Vedi ad esempio il balletto.

Quali sono i parametri formali coi quali si può classificare un gesto?

Raggio: se cioè il gesto è ampio o breve, se è eseguito col solo avambraccio o con tutto il braccio.

Forma: se i gesti sono sinuosi, ellittici, rettilinei, curvilinei.

Piano: il piano cioè su cui si sviluppa la gestualità, se orizzontale, verticale o obliquo.

Per le parti del corpo che coinvolge e a seconda che sia simmetrico, asimmetrico, unilaterale, bilaterale.

Tempo e ritmo: regolare o irregolare, lento o veloce.

Particolari gesti sono:

–  Le posizioni: i fondamentali e funzionali assetti della figura (in piedi, seduto, disteso, inginocchiato ecc…)

Gli atteggiamenti: i toni in cui queste posizioni vengono realizzate (rilassato, attento, nervoso, distratto). Un atteggiamento può trasformarsi in posa, che è un particolare atteggiamento che si distingue per la fissità artificiosa e la forte intenzione significante ad essa associata. Se in uno spettacolo prevalgono gli atteggiamenti, esso manifesta tendenze realistiche; se prevalgono le pose, denota ricercatezza stilistica e artificiosità.